Il silenzio non protegge i lupi

Proteggere i lupi significa nascondere i luoghi in cui vivono? Non sempre. Ogni territorio è diverso e c’è una differenza fondamentale tra divulgare informazioni sensibili e raccontare luoghi che hanno costruito la propria identità sulla coesistenza con la fauna selvatica.
Da quando ho iniziato a raccontare pubblicamente Aschi e i suoi lupi, e soprattutto dall’uscita del mio romanzo Lupi di Aschi, diversi fotografi naturalisti mi hanno chiesto di non indicare il luogo in cui scatto le mie fotografie.
Molti l’hanno fatto con cortesia ed educazione, alcuni con parole offensive. Io credo che in tutti i casi lo abbiano fatto in buona fede, mossi dalla preoccupazione che rendere noto un territorio possa aumentare il disturbo, attirare persone irresponsabili o, peggio ancora, facilitare chi vuole fare del male agli animali.
È una preoccupazione che capisco, ma che non condivido come regola assoluta.
Non indico sempre il territorio in cui incontro un lupo. Anzi, spesso non pubblico nemmeno le foto che ho scattato, quando il contesto sociale, la cultura locale o la mia conoscenza ancora insufficiente della situazione mi suggeriscono prudenza.
Tacere il luogo di uno scatto può certamente essere una scelta responsabile. Ma non sempre è sufficiente. Chi vive in un territorio e lo conosce palmo a palmo può riconoscere quel luogo anche da una fotografia apparentemente anonima. E un bracconiere locale, purtroppo, spesso lo conosce molto meglio di chi lo fotografa.
La verità è che ogni territorio è diverso. Ci sono luoghi in cui la visibilità può diventare un rischio e altri in cui, al contrario, può contribuire alla protezione degli animali. Per questo non credo nelle regole assolute e penso che la responsabilità consista anche nel conoscere il contesto e decidere di conseguenza.
Penso inoltre che ci sia una differenza sostanziale tra pubblicare informazioni sensibili — coordinate precise, tane, siti di rendez-vous, orari, percorsi abituali, punti di passaggio — e raccontare un intero territorio. E dire che ad Aschi ci sono i lupi non significa rivelare un segreto, perché è un segreto di Pulcinella.
La presenza dei lupi ad Aschi è nota da anni. Il paese è pubblicamente associato alla convivenza con il lupo e oggi è anche istituzionalmente riconosciuto come tale: “Il Paese dei Lupi”.
Il punto non è stabilire se i lupi vadano protetti. Certo che sì. Il punto è capire se, in un territorio come Aschi, il silenzio assoluto protegga davvero i lupi. E io credo di no.
La tutela, poi, non può prescindere dal rispetto delle regole. Esistono enti e autorità competenti cui spetta il compito di vigilare e, quando necessario, intervenire e sanzionare i comportamenti scorretti.
Il silenzio sui luoghi di avvistamento nasce quasi sempre da buone intenzioni. Ma applicarlo come regola assoluta, indipendentemente dal territorio e dalle persone che lo abitano, rischia di trasformarlo in un gesto puramente simbolico, con scarso effetto sulla protezione reale degli animali.
Bracconieri, persone ostili, irresponsabili e “furbi” conoscono già benissimo i territori frequentati dai lupi.
Basti pensare a zone molto più “riservate” di Aschi, dove recentemente sono stati avvelenati lupi e altri animali.
Non sono il solo a credere che proprio la visibilità di Aschi, la presenza frequente di fotografi e osservatori e l’atteggiamento positivo e vigile della comunità locale possano aver contribuito a risparmiarla dagli episodi criminosi avvenuti altrove.
Dove ci sono occhi, attenzione e una comunità che considera quei lupi parte del proprio territorio, per un criminale è più difficile agire indisturbato.
Dove regna il silenzio, invece, i lupi possono morire senza che nessuno veda, sappia o denunci.
C’è poi un aspetto di cui si parla troppo poco nel mondo della fotografia naturalistica: il rapporto con le comunità locali.
Un fotografo arriva, osserva, scatta, porta a casa immagini, emozioni, visibilità, qualche volta anche denaro.
A convivere con il lupo, però, ogni giorno e per tutto l’anno, sono gli allevatori, le famiglie e le amministrazioni locali.
Per questo credo sia importante raccontare una comunità virtuosa. Perché significa riconoscerne i meriti.
Significa capire che la coesistenza non è un concetto astratto, ma qualcosa che è possibile realizzare.
Significa capire che se ad Aschi ci sono i lupi, il merito è degli aschitani.
La tutela, dunque, non consiste nel dire sempre. E nemmeno nel tacere sempre. Consiste nel capire quando raccontare e quando tacere.
Ecco perché non smetterò di raccontare Aschi. Perché penso che, in questo territorio e in questo contesto, il silenzio non protegga.
Al contrario, credo che possa addirittura mortificare e demotivare proprio chi già convive pacificamente con la fauna selvatica.
Ad Aschi le persone hanno deciso che nel loro territorio c’è spazio sia per gli uomini sia per i lupi.
Tra tutte le storie che ho sentito nella mia vita, forse è quella che meno merita di essere condannata al silenzio.
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